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Un intero villaggio

Di cosa stiamo parlando quando parliamo di salute mentale? Chi se ne può occupare? Come?

A prescindere dal ruolo che ricopriamo – operatore sociale, psichiatra, psicoterapeuta, sociologo, persona vicina o persona che utilizza un servizio – è probabile che a queste domande ci si arrivi per un comune sentire di non bastare a se stessi e alla propria causa. C’è bisogno di condivisione.

Un proverbio africano racconta che “per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”: abbiamo bisogno di un intero villaggio per fare salute mentale?

Ogni giorno, nelle nostre professioni e nella nostra esperienza, abitiamo un caleidoscopio: le richieste di aiuto di chi sente di soffrire, la domanda di contenimento della pericolosità sociale, il viaggio narrativo verso nuove storie personali e collettive, il supporto farmacologico, le questioni epistemologiche,  i rischi delle tautologie diagnostiche, la lotta allo stigma, la cultura dell’inclusione come strumento di prevenzione primaria.

La “Complessità” – perché di questo stiamo parlando: di intreccio, di unità fatta di molteplicità – richiede il paradigma di un pensiero complesso, diverso dagli specialismi frammentati ed isolati. Richiede integrazione e osmosi tra linguaggi, modelli, teorie, discipline e contesti, presupponendo sistemi educativi multidisciplinari, interdisciplinari e transdisciplinari.

Come declinare tutto questo nella nostra quotidianità, fatta di giornate, guai, territori e persone?

Ci piace pensare che “fare” significhi anche “fermarsi”, abitare uno spazio “laico” e “permeabile” che permetta di interrogarsi sul senso delle nostre pratiche con attenzione e ricerca verso le buone pratiche altrui. La nostra società civile è costituita da donne e uomini che ogni giorno si adoperano – a diverso titolo – in azioni che hanno a che fare con la qualità del tempo, la resilienza e la costruzione di senso, ovvero con la salute; sono famiglie, scuole, clinici, cooperatori, persone che attraversano il disagio o che l’hanno attraversato, artisti e narratori, agenzie culturali, associazioni di cittadini e molti altri. C’è bisogno di intercettarci, incontrarci e contaminarci.

Il progetto editoriale Mongolfiere Tascabili nasce con il desiderio di invitare colleghi e persone curiose a stare nella complessità mantenendo un senso di unità, di “comunità di destino”,  verso ciò che facciamo e potremmo fare.

In altre parole, è il desiderio che la salute diventi una questione “dell’intero villaggio” e dei suoi diversi abitanti.

“Quello che non vediamo” è il primo tema che abbiamo scelto di mettere al centro di questa piazza attraversata.

È l’invito a riflettere sui nostri campi percettivi, i presupposti che li governano, le loro possibilità di dilatarsi e restringersi.

È l’invito a non dimenticare il guardare degli altri e la fiducia che affidiamo loro.

È anche un invito al futuro, ad immaginare quello che ancora non vediamo pur iniziando in qualche modo ad intuirlo come necessario.

“Mongolfiere Tascabili” nasce da un presupposto semplice: pensare alla salute innanzitutto come curiosità per le alternative, come fame di dialogo, sociale e culturale.